Archivi categoria: gente / people

Il maiale non fa la rivoluzione. Intervista a Leonardo Caffo.

Abbiamo intervistato Leonardo Caffo una giovane promessa della filosofia e del movimento animalista e antispecista.

Leonardo Caffo, nato a Catania nel 1988, vive a Milano dove si è laureato in Filosofia della Scienza. Presiede il Centro di Ricerca per la Filosofia Pura e Applicata, Doiè ed ha pubblicato, tra l’altro, Soltanto per loro (2011, Aracne), Azioni e Natura Umana (2011, Fara) e Finalmente è la fine del mondo (in uscita a ottobre 2011 per Zona).  Ha pubblicato articoli in «L’Ateo», «Libero», «Lettera Internazionale», «Liberazione» tra gli altri. Ha fondato e diretto la «Rivista Italiana di Filosofi a Analitica Junior», divenuta la prima ufficiale della prestigiosa Società Italiana di Filosofi a Analitica; ha partecipato al progetto InKoj dell’Università di Milano patrocinato dal CELE, Centro di studi Linguistici per l’Europa, è membro dell’Associazione Culturale Liberazioni collaborando alla realizzazione della omonima rivista accademica dedicata alla filosofia antispecista. Attivista per la liberazione animale, è socio attivo della onlus Oltre la Specie.
E autore del blog http://caffoleonardo.wordpress.com e amico del nostro blog.

Questa è la trascrizione della nostra conversazione, seduti ai tavolini del ristorante Mens Sana di Milano in una tiepida mattina di settembre…

Quando hai deciso di diventare vegetariano e poi vegano?
Sono diventato vegetariano e vegano attraverso la filosofia dopo aver seguito un seminario su etica e animalismo tenuto da un mio professore linguista, in cui si leggevano brani classici di Tom Regan e Peter Singer, i filosofi dell’antispecismo. In realtà il mio interesse partiva da una puntata dei Simpson sulla quale non avevo mai riflettuto, in cui la figlia Lisa diventa vegetariana. Lisa combatte con la famiglia e con la società, tipico momento iniziale di quando si diventa vegetariani, fino a che esasperata, se ne va a mangiare un wurstel con le lacrime agli occhi per poi scoprire che il wurstel è di tofu. Questo episodio le fa scoprire l’esistenza di una comunità, che è esattamente quello che si scopre, e del quale non si sospetta l’esistenza, quando si è carnivori.

Guarda il video di Lisa:
http://www.youtube.com/watch?v=97SUmXJxD-E

La tua posizione moderata / critica trova appoggio presso gli altri vegani?
La mia posizione non è affatto moderata, mi ritengo piuttosto un estremista ma mi limito a ricordare l’esistenza del mondo in cui viviamo. Solo per il fatto che noi oggi ci troviamo qui a parlare—dove io sono venuto in automobile diesel, combustibile raffinato con il grasso animale—ci fa cadere in contraddizione.
Per evitare di cadere in contraddizione bisogna operare una distinzione tra quello che si fa intenzionalmente e quello che invece si fa senza intenzione. All’obiezione tipica che si avanza ai vegani, ad esempio che facendo jogging si uccidono i moscerini, ci si aiuta con la filosofia, che insegna a distinguere tra un movimento e un’azione.
Se io ora impugno una teiera e te la sbatto in testa, compio un’azione intenzionale, ma se c’è un terremoto e io cado sopra di te facendoti del male, non posso essere incolpato in quanto questa azione non è stata intenzionalmente voluta. Per lo stesso motivo, una cosa è uccidere un maiale con un coltello e un’altra è investirlo di notte nella nebbia per sbaglio.
Quello contro cui lotta il vegano e l’antispecista è la società che massacra gli animali, non la morte del singolo, che è comunque importante ma spesso non intenzionale.

Uno dei grandi problemi di chi sfrutta gli animali è che la sofferenza di questi ultimi non è percepita. Nella società più in generale, essa è percepita soltanto nel caso in cui si tratti di un animale domestico, tendendo però a non empatizzare con i polli, i maiali, i pesci e gli animali di allevamento in genere.
Tom Regan fa una distinzione: o si nasce animalisti o si diventa animalisti, identificando queste due posizioni con i “davinciani” e i “damasceni”. Mentre i primi nascono animalisti, i secondi hanno, per  usare una metafora, bisogno di essere folgorati sulla via di Damasco.
Un recente articolo di neuroscienze dell’animalista e neuroscienziato Massimo Filippi illustra un esperimento dimostrativo eseguito per distinguere i livelli di empatia tra vegani, vegetariani e onnivori per identificare quale circuiti cerebrali si attivano rispetto a scene di crudeltà nei confronti di uomini e/o di animali.
Si è scoperto così che gli onnivori hanno un’attivazione dei circuiti cerebrali legati all’empatia quando assistono a scene di crudeltà nei confronti dei loro simili, i vegetariani nei confronti di animali e esseri umani e i vegani ancora più intensi dei vegetariani. Questa è una scoperta sensazionale perché significa che il veganesimo, e la filosofia di vita che esso comporta, modificano in modo strutturale anche il cervello che è la parte più intima del corpo umano.
Infatti, io non credo di essere nato vegetariano ma diventarlo mi ha modificato strutturalmente.
Il veganesimo non è una scelta di vita, né una scelta alimentare. Il veganesimo chiarisce la classica differenza tra lo “stile di vita” (farsi un tatuaggio) e la “filosofia di vita” (modificare la propria vita perché non c’è altra strada possibile di fronte alla sofferenza del mondo).

Per leggere l’articolo di Massimo Filippi:
http://www.plosone.org/article/info%3Adoi%2F10.1371%2Fjournal.pone.0010847

La disinformazione sulle condizioni di vita e di morte degli animali non permette di vedere la realtà tragica e spesso commovente dei macelli…
C’è stata un’azione programmatica per spostare i macelli nelle periferie delle città, ad esempio a Milano non ce ne sono più dentro le mura e bisogna spingersi in Brianza per vederli. Noi abbiamo partecipato come associazione oltre la specie a dei servizi al Tg1. In questo modo abbiamo deciso di informare il grande pubblico e, tramite la giornalista del Tg1 Roberta Badaloni, abbiamo deciso di far vedere gli allevamenti intensivi.
Ma le cose purtroppo cambiano secondo come le si racconta. Ad esempio, durante il periodo di paura per l’aviaria, vedendo i polli squartati, nessuno si preoccupava per i polli ma per la propria pelle perché in televisione si sottolineava la necessità di abbattere quei polli. Se ora, con le stesse immagini di polli massacrati si raccontasse la sofferenza del pollo o del pulcino o le ragioni per le quali evitare di mangiarli, si avrebbe una percezione completamente diversa. Si tratta del classico esempio del panino al pollo del Burger King con il pollo che salta felice nel panino accompagnato dallo slogan: “il pollo che si crede una patatina”.
Ci sono due facce della medaglia: l’una è non farti vedere gli allevamenti, l’altra è farteli vedere e convincerti che, se l’allevamento è biologico e l’animale è trattato bene, allora lo si può ammazzare lo stesso. Il fine è comunque il macello e in questo c’è una doppia crudeltà che sta nell’inganno di far pensare all’animale di essere libero, per poi ammazzarlo. Penso al libro di Philip K. Dick Scorrete lacrime, disse il poliziotto nel quale si descrive una visita al campo di sterminio e in cui si descrivono come non così tragiche le condizioni degli internati. Non c’è una buona violenza, ingannare per poi ammazzare è altrettanto brutale.
Gli animali d’allevamento non sanno neanche cosa sia la libertà: sono chiusi là dentro e sviluppano una serie di patologie psicologiche allucinanti come ad esempio il cannibalismo delle galline che dopo una settimana trascorsa in gabbie strettissime, iniziano a mangiarsi tra di loro e per questo si amputa loro il becco.
Per quanto riguarda gli allevamenti biologici il messaggio è il benessere degli animali che nasconde però la morte. Si fa vedere la mucca che pascola, ma non si mostra il camioncino che se la viene a prendere per portarla al macello e questo serve a tacitare le coscienze. Quella mucca che ha seguito la mano dell’allevatore come una carezza, si ritrova massacrata. In quel caso, se si vuole, la libertà è ancora peggiore, come far rivedere al carcerato la propria famiglia e poi ammazzarlo.

Per guardare il video andato in onda al Tg1:
http://www.youtube.com/watch?v=da5rde42Q-0

Qual è il modo più efficace per sensibilizzare, anche nella vita di tutti i giorni le persone che non sono informate su questo tema?
Dobbiamo smettere di considerare questo soggetto un discorso per intellettuali e tenere a mente che l’empatia in molti casi non funziona: i cacciatori, ad esempio, sono gente che ammazza gli animali per divertimento, per appenderseli al muro. Inoltre stiamo parlando della specie umana che fa le guerre umanitarie massacrando donne e bambini con un vessillo, convinti di far del bene. Quindi se non siamo empatici con i bambini aldilà dello stretto, nostro confine, come possiamo esserlo, non dico col cane o col cavallo, ma col pollo e i tacchini?
Dobbiamo quindi muoverci su vari livelli andando a toccare i vertici, la filosofia, ad esempio, entrare nelle Università, far capire con argomenti razionali, che non possono essere contrastati, la sofferenza degli animali. Possiamo agire utilizzando la letteratura, penso a Guido Ceronetti che scrive poesie meravigliose per la riflessione animalista; con l’informazioni pubblica, a livello editoriale, diffondendo una nuova cultura del cibo e parlando di abbigliamento.
Diventare vegani non è una rinuncia, la vera rinuncia del vegano è quella a togliere la vita.

Questa è la teoria…e la pratica di ogni giorno?
Sono argomenti sui  quali bisogna ragionare a lungo, temi difficili che hanno bisogno di tante domande e tante risposte.
Io e il gruppo di persone con cui lavoro, oltre la specie, ci basiamo sulla distinzione tra argomenti diretti e indiretti: si può difendere un animale per la sua vita o perché quello che comporta la sua vita fa male all’uomo. Ad esempio “non mangiare carne perché fa male” è un argomento indiretto, il problema è quello che verrà dall’azione: smetterai solo di mangiare carne o questo comporterà un mutamento del concetto di animale nei tuoi pensieri? Idealmente si deve lavorare su entrambi gli argomenti ma, se si deve far capire che la vita dell’animale è importante, non bisogna fare leva sul fatto che la sua morte poi farà male all’uomo.
Se noi avessimo detto che la schiavitù andava abolita, non perché fosse terribile massacrare quelle persone, ma perché gli schiavi coltivavano il tabacco con cui si facevano le sigarette che venivano fumate e quindi facevano male ai padroni bianchi, ci si sarebbe indignati, come se si fosse detto che il sapone fatto con i bambini ebrei faceva male alle mani: la gente sarebbe inorridita.
Quando dico che la sperimentazione animale non serve, non sto facendo il gioco degli animali, ma quello dell’uomo. Invece bisogna spostare la questione dall’antropocentrismo al biocentrismo. La vita sta al centro e per questo non si giustifica l’uccisione, neanche quella senza sofferenze, altrimenti sarebbe anche facile risolvere il caso di Eluana che non “sente” più nulla (nel senso che non ha cognizione del mondo) e staccare la spina sarebbe facilissimo. Eppure esiste l’etica, che si domanda che diritto abbiamo noi di togliere i diritti agli altri e soprattutto di negare quello principale: la vita.
Allo stesso modo noi dobbiamo ragionare sugli animali, abbattendo lo specismo che, al contrario di ciò che diceva Peter Singer, non è un pregiudizio sugli animali ma un’ideologia. Noi vediamo un mondo orrendo e dobbiamo giustificarci dicendo che gli animali non parlano, non soffrono etc. Singer, ed alcuni filosofi analitici, avevano affrontato anche questo tema riportandolo alla teoria della mente, ovvero l’essere in grado di attribuire stati mentali agli altri. Un uomo autistico, ad esempio, proprio come un maiale, non è in grado di farlo, non ha una teoria della mente e, tra l’altro, non siamo neanche sicuri che il maiale non la abbia. Ci sono anche tutta una serie di disturbi del linguaggio, come succede agli afasici, per cui non si è  in grado di riprodurre il pensiero, si parla in modo sgrammaticato, la sintassi è disarticolata ma non per questo le persone vengono ammazzate.
Scavando più a fondo però, si capisce la vera ragione per cui gli animali vengono ammazzati.  Sintetizzando quello che dice René Girard, si ammazzano, e qui si vede quello che Hanna Arendt definiva la “banalità del male”, semplicemente perché loro non possono difendersi.
Ai sacrifici umani di storpi, neri, donne che lentamente nelle popolazioni primitive generavano un sentimento di empatia con la sorte del condannato scatenando così rivoluzioni per liberarli, si è quindi sostituito il sacrificio animale. Solo che il maiale non fa la rivoluzione e qui sta la loro grandezza: una pace interiore intrinseca alla loro natura che noi non abbiamo in quanto specie violenta e malvagia.
Bisogna estendere la battaglia, che non è una battaglia a chi è più coerente, ma una lotta per capire fino a che punto l’uomo può spingersi per giustificare questo massacro senza doversi chiedere quali siano i limiti della tanto enfatizzate sensibilità e razionalità. Siccome, tuttavia, ritengo che l’uomo abbia la capacità di capire e sentire, il nostro compito è, su vari livelli, quello di far capire che la vita animale conta come la nostra. Bisogna saper porre la domanda, prima che saper dare la risposta.

Quali sono i prossimi passi del movimento animalista?
Ci vuole una chiarezza interna per superare la frammentazione dei gruppi. Capire per cosa lottiamo, andare addirittura oltre l’idea di Regan degli animalisti come Animal Right Advocates, difensori dei diritti animali. Si lotta per gli animali, non per noi o per i loro diritti. Gli schiavi lottavano per emanciparsi, lo stesso le donne e gli omosessuali, noi lottiamo al posto loro e inoltre lottiamo anche per le donne e gli omosessuali poiché la questione animale comprende tutto.
Nel momento in cui si riesce a empatizzare con la mosca tutto il resto sarà risolto. L’animale è il fondamento di ogni miseria, basti pensare a come insultiamo le persone: “sei una bestia”, “sei un maiale”, gli ebrei erano definiti “topi”. A questo proposito, vi cito il brano di Max Horkheimer sul grattacielo che rappresenta la nostra società:

Vista in sezione, la struttura sociale del presente dovrebbe configurarsi all’incirca così:
Su in alto i grandi magnati dei trust dei diversi gruppi di potere capitalistici che però sono in lotta tra loro; sotto di essi i magnati minori, i grandi proprietari terrieri e tutto lo staff dei collaboratori importanti; sotto di essi – suddivise in singoli strati – le masse dei liberi professionisti e degli impiegati di grado inferiore, della manovalanza politica, dei militari e dei professori, degli ingegneri e dei capoufficio fino alle dattilografe; ancora più giù i residui delle piccole esistenze autonome, gli artigiani, i bottegai, i contadini e tutti gli altri, poi il proletariato, dagli strati operai qualificati meglio retribuiti, passando attraverso i manovali fino ad arrivare ai disoccupati cronici, ai poveri, ai vecchi e ai malati.
Solo sotto tutto questo comincia quello che è il vero e proprio fondamento della miseria, sul quale si innalza questa costruzione, giacché finora abbiamo parlato solo dei paesi capitalistici sviluppati, e tutta la loro vita è sorretta dall’orribile apparato di sfruttamento che funziona nei territori semi-coloniali e coloniali, ossia in quella che è di gran lunga la parte più grande del mondo. Larghi territori dei Balcani sono una camera di tortura, in India, in Cina, in Africa la miseria di massa supera ogni immaginazione.
Sotto gli ambiti in cui crepano a milioni i coolie della terra, andrebbe poi rappresentata l’indescrivibile, inimmaginabile sofferenza degli animali, l’inferno animale nella società umana, il sudore, il sangue, la disperazione degli animali. …
Questo edificio, la cui cantina è un mattatoio e il cui tetto è una cattedrale, dalle finestre dei piani superiori assicura effettivamente una bella vista sul cielo stellato.

Quella che noi proponiamo non è una decrescita all’età della pietra ma una crescita, un’evoluzione verso l’apoteosi della nostra civiltà. Siamo stati bravi a emanciparci dalla natura e adesso dobbiamo essere altrettanto bravi a instaurare con essa una dialettica smettendo di massacrarla.
Non vogliamo evangelizzare o proporre una vita santa ma cercare di far capire al mondo che si può vivere senza dolore.
L’antispecismo è politica, aspira alla realizzazione di una società che si basi sulla cooperazione tra individui umani non basata sullo sfruttamento animale. Questo significa che magari avremo una macchina ogni tre persone invece di una ciascuno e che gli abiti non saranno più fatti con inserti animali da bambini sfruttati in Cina ma che ci saranno persone creative appassionate di design che penseranno un nuovo modo di fare gli abiti.
Il bello è il collante della società e questo non va dimenticato.

Quali sono i principali temi che coinvolgono il un consumo vegetariano e vegano?
Nell’acquisto dei prodotti, a parte tutte le certificazioni che spesso non garantiscono che una parte della filiera, bisogna fidarsi. Se uno ha tempo è possibile anche farsi da sé i detersivi per i piatti, esistono delle ricette a base di limone che è possibile farsi da soli a casa.
Per quanto riguarda i nuovi prodotti, c’è molta disinformazione riguardo alla sperimentazione, anche a quella considerata alternativa, come ad esempio quella in vitro. Le cellule in vitro devono essere alimentate con cellule animali inducendo quindi il sacrificio di un animale.
La domanda è se noi possiamo scegliere di fare a meno di nuovi cosmetici tenendoci quelli che sono già sperimentati, come accade anche con i farmaci. Ad esempio, ritengo che l’aspirina sia un farmaco che si può prendere visto che la sua sperimentazione è già avvenuta. Gli animali sono già morti compiendo un sacrificio enorme. Bisogna quindi stare attento dove si mettono in piedi, in un certo senso.
Per quanto mi riguarda accetto la posizione del vegetarianesimo, la vedo come una transizione verso il veganesimo. Gli animali vengano massacrati anche a causa della produzione del latte. Le mucche vengono inseminate artificialmente di continuo. Quando nasce il cucciolo, se è maschio va direttamente al macello, se è femmina avrà la stessa sorte di sua madre e quando non è più in grado di essere messa incinta, finirà nella scatola del mio cane.
Riflettere sugli animali ti fa riflettere su tutto.

Puoi consigliare qualche libro ai lettori del nostro blog?
Il classico Liberazione animale e anche Etica pratica di Peter Singer; Gabbie vuote di Tom Regan tradotto da Filippi e Galbiati, Il maiale che cantava alla luna di Jeffrey Masson. In Italia c’è una produzione letteraria sterminata du questo tema, in questo è un paese avanti per i diritti animali. Consiglio la lettura della rivista “Liberazioni” cantiere dell’antispecismo, Ai confini dell’umano di Massimo Filippi che riflette sulla morte vero momento che ci accomuna con gli animali più del pensiero o della parola e, dello stesso autore, I margini dei diritti animali. Questo libro è edito da Ortica che pubblica una collana di etica animale intitolata “Gli artigli” tra i quali vi consiglio Note per una metamorfosi di Enrico Giannetto. E infine il mio libro Soltanto per loro.

Clicca qui per scaricare un capitolo di Soltanto per loro:
http://www.aracneeditrice.it/pdf/3887.pdf

Per quanto riguarda le opere letterarie è da leggere La vita degli animali di J. M. Coetzee
e il commovente romanzo di Felice Cimatti Senza colpa, in cui l’autore immagina un neuroscienziato che prova a insegnare invano il male agli animali, recensito anche sulla rivista “Liberazioni”.
Infine, il mio libro in uscita il prossimo ottobre La fine del mondo raccontata attraverso un dialogo tra uno psicologo e un prete ai quali si aggiunge un animale che alla fine racconta la sua versione dei fatti narrati.
Tra i siti segnalo oltrelaspecie.org, molto pratico per le domande base su cibo, abbigliamento, vivisezione e agireora.net e viverevegan.org.

Paul…

i nostri amici / our friends

***scroll down for English

Cara Marta,

i miei amici sono i tuoi amici e ci danno anche tanti consigli su come vivere e lasciar vivere…

www.promiseland.it

Valentina

***

Dear Marta,

my friends are your friends and advise us about a compassionate and sinful living…

www.promiseland.it

Valentina

Slow è meglio !!!

***scroll down for English***

Cara Valentina,

in questi giorni ho riflettuto sul fatto che per vivere una vita in modo etico non basti vestirsi con abiti ecososenibili ma si debba cambiare radicalmente il proprio modo di essere.
Per farlo bisogna partire dal rispetto di noi stessi e del nostro tempo cosa che nell’era del multitasking diventa sempre più difficile.
Conduciamo una vita troppo frenetica!
Questo è anche il monito che arriva da una filosofia esistenziale formatasi negli Stati Uniti circa venti anni fa e che ora si sta diffondendo un po’ in tutto il mondo.
“Slow Movement” è il principio di questa corrente di pensiero che, in particolare in Italia, affonda le sue radici in un mix di Taoismo e ideologia giovanile anni ’70 fondata sul riappropriarsi del proprio tempo di vita.
Secondo lo Slow Movement, dunque, per vivere meglio è necessario staccare la spina, resistere al bisogno di fare mille cose insieme e invece farne una dopo l’altra, non pensare a quello che sarà ma vivere il momento.
Solo così è possibile godersi appieno la vita!!!

www.slowmovement.com

Marta

***

Dear Valentina,

in these days I thought about the fact that, in order to live an ethical life, it is not enough to get sustainable clothes, but that one should radically change their essence.
As a first step, we should respect ourselves and our time more and this is a rather difficult thing in the era of multitasking.
Our life is too hectic!
This is also the advise that comes from an lifestyle philosophy that comes from the United States about 20 years ago and is now spreading around the globe.
“Slow Movement”  is the idea behind this philosophy that, particularly in Italy is based on a mix of Taoism and youth ideology from the 1970s. c
According to the Slow Movement get disconnected and do one thing at a time, don’t think to the future but enjoy the moment.

Get a good life!

www.slowmovement.com

Marta